La lavorazione del vetro può spaziare anche in campi limitrofi. In vetreria non esiste solo il tagliavetro, bisogna anche usare le mole per affilare punte da trapano, scalpelli da legno, raschietti ed altri utensili. Saldare il ferro con saldatrice elettrica può ridurre tempi di trasporto. Carte-vetro, raspe, scalpelli possono conferire una migliore finitura ad una cornice, per esempio, di uno specchio.
I vetri tagliati seguendo una sagoma vengono accostati per formare il disegno stabilito. Tra vetro e vetro se si interpone un trafilato di piombo si dice che è legato a piombo, se si interpone un nastro di rame adesivo si dice che è legato a stagno o a tiffany. Per unire i vetri tagliati (in gergo “legare”)si usa lo stagno sia per la tecnica a piombo, sia per la tecnica con nastro di rame, previamente disossidati con appositi acidi. Finita la legatura si può dare una finitura bruna o rame con l’impiego di speciali soluzioni.
Per dare consistenza e rigidità alle vetrate è necessario un composto formato da bianco Meudon, caolino, resine agglomeranti in diverse percentuali e consistenza “maionnese” che viene inserita con una spazzola all’interno dei profilati di piombo e successivamente pulita con segatura umida. In passato la resina era colla di pesce scaldata per renderla più fluida e olio di lino per facilitare la stesura e diminuire la durezza della colla. Qualcuno la usa ancora. Nella tecnica della vetro-fusione la fantasia si è ritagliato uno spazio veramente ampio non solo nell’elaborazione del disegno, ma anche nella varietà dei prodotti complementari. E’ normale, ad esempio, utilizzare un piatto da portata e tasselli di legno per ottenere forme per originali stampi, oppure uno shaker capovolto per fare uno stampo per un vasetto, o ancora una insalatiera per fare uno stampo per una lampada, e cosi via. I materiali comunemente usati per fare stampi è la fibra di ceramica in lastra di diversi spessori, ma si può usare anche il gesso, la sabbia, la bentonite o altri materiali su cui non attacca il vetro fuso.